Banchetto d’autore: L’Etna mi ha insegnato come raccontare un territorio
“Ci sono luoghi che insegnano a fare vino. E poi ci sono luoghi che insegnano a progettare un banchetto.”
Quando sono partita per il viaggio studio del Master Executive Wine Sommelier, immaginavo di approfondire un territorio straordinario dal punto di vista vitivinicolo. Pensavo di tornare con nuove conoscenze sui vitigni, sulle contrade e sulle tecniche di vinificazione.
Sono tornata con qualcosa di molto più importante. Una nuova consapevolezza.
L’Etna mi ha ricordato che un banchetto non nasce da una tavola apparecchiata con eleganza, ma dalla capacità di raccontare un luogo, la sua storia e le persone che lo abitano.
Ed è esattamente questo che cerco ogni volta che progetto un Banchetto d’Autore.
il banchetto d’autore incontra Una montagna che “parla“
Il viaggio è iniziato ancora prima dell’atterraggio.
Dal finestrino dell’aereo osservavo una Sicilia diversa da quella che avevo sempre immaginato. Da una parte il mare. Dall’altra i Nebrodi. E poi lei. La Montagna.
Così gli abitanti chiamano l’Etna. Non un vulcano. Una presenza. Un’entità viva con cui convivere ogni giorno.
Appena ho iniziato a camminare su quella terra nera ho avuto la sensazione di trovarmi dentro un libro di geologia scritto dalla natura.
Le antiche colate laviche, le sciare, la pietra basaltica, i terrazzamenti costruiti dall’uomo raccontavano secoli di trasformazioni.
Ogni passo sembrava attraversare il tempo. È stato allora che ho compreso una delle prime lezioni dell’Etna. Qui nulla è stato costruito per stupire. Ogni elemento esiste perché risponde a una necessità. Ed è proprio questa autenticità a renderlo così bello.
Il paesaggio come progetto
Tra gli incontri che più mi hanno emozionata ci sono stati i palmenti. Antiche architetture dedicate alla vinificazione che oggi, con straordinario rispetto, sono state recuperate e trasformate in cantine, luoghi di accoglienza e spazi di ospitalità.
Non ho visto edifici restaurati. Ho visto memoria. Ho visto la capacità di dare nuova vita al passato senza cancellarne l’identità. Lo stesso principio l’ho ritrovato nelle cantine visitate.
Pietradolce.
Fessina.
Graci.
Gli edifici sembrano nascere dalla montagna stessa.
Pietra lavica.
Tetti verdi.
Muretti a secco.
Materiali che dialogano con il paesaggio invece di imporsi su di esso. Persino gli elementi di design raccontano il territorio: tavoli scolpiti nella pietra, opere realizzate con agavi essiccate, oggetti che non decorano semplicemente uno spazio, ma ne diventano parte integrante.
È un’estetica che nasce dalla coerenza. E credo che la coerenza sia una delle forme più eleganti della bellezza.
Le vigne più emozionanti che abbia mai incontrato
Ci sono immagini che difficilmente dimenticherò. Le vigne prefillossera. Piante che superano i novanta, cento anni di età. Sorrette ancora oggi da pali di castagno provenienti dai boschi circostanti.
Guardandole non vedevo semplicemente delle viti. Vedevo individui. Ognuna con la propria storia. La propria forza.La propria personalità.
I terrazzamenti sembrano un’opera d’arte. Ma non sono stati costruiti per essere belli. Sono il risultato del lavoro, della fatica e dell’ingegno dell’uomo che ha imparato a convivere con una montagna tanto generosa quanto difficile.
In uno dei vigneti mi sono fermata. Davanti a me i Nebrodi. Alle spalle l’Etna. In mezzo, l’uomo.
Per la prima volta ho percepito con chiarezza quanto siamo ospiti temporanei di un paesaggio che esiste da migliaia di anni. Forse è proprio questa consapevolezza ad aver reso la viticoltura etnea così rispettosa.
Le persone prima del vino
Pensavo che il protagonista del viaggio sarebbe stato il vino. Mi sbagliavo. I veri protagonisti sono stati gli uomini.
Ho incontrato produttori visionari. Persone che hanno scelto di credere nell’Etna quando nessuno parlava ancora di Etna come una delle grandi zone vitivinicole del mondo.
Hanno investito prima che arrivasse il successo. Prima del riconoscimento internazionale. Prima che il mercato desse loro ragione.
Ma ciò che mi ha colpita ancora di più è stato il rapporto esistente tra loro. Non ho percepito competizione. Non ho percepito rivalità.
Ho visto rispetto.
Collaborazione.
Condivisione.
Sembrava che tutti lavorassero per un obiettivo comune. Non valorizzare il proprio nome. Valorizzare l’Etna.
Questa è forse la lezione più bella che porto con me. Quando il protagonista diventa il territorio, anche il lavoro delle persone acquista un significato diverso.
Il vino come voce della terra
Durante il viaggio abbiamo degustato numerosi Carricante e Nerello Mascalese.
Ogni calice raccontava una contrada diversa.
Altitudini differenti.
Colate laviche differenti.
Suoli differenti.
Non erano semplicemente vini. Erano traduzioni liquide del paesaggio.
Tra tutte le degustazioni una mi è rimasta particolarmente nel cuore. Quella organizzata presso Cottanera.
Per la prima volta ho percepito in modo concreto come una diversa colata lavica possa modificare profondamente l’identità di un vino. Ogni contrada sembrava possedere una propria voce.
Il Carricante parlava con verticalità, tensione e sapidità.
Il Nerello Mascalese raccontava invece eleganza, profondità e una sorprendente capacità di attraversare il tempo senza perdere equilibrio.
Ho capito che il vino non è il protagonista. È il linguaggio. È il mezzo attraverso cui un territorio decide di raccontarsi.
L’ospitalità che non si costruisce
C’è un’immagine che custodisco con particolare affetto. Un filo d’olio extravergine versato su una fetta di pane casereccio.Servito in una piccola ceramica siciliana. Un gesto semplicissimo. Eppure capace di raccontare più di mille parole.
L’Etna è una terra generosa.
Agrumi.
Ulivi.
Pesche.
Avocado.
Erbe spontanee.
Ogni cantina ci accoglieva con naturalezza. Mai con ostentazione. L’ospitalità non era uno strumento di marketing.
Era cultura.
Era identità.
Era il modo più autentico per dirci: “Benvenuti a casa.”
Quando ho iniziato a immaginare un matrimonio
È stato in luoghi come Radicepura e Cantine Nicosia che la mia mente ha iniziato a fare ciò che fa sempre: progettare.
Ho immaginato lunghe tavolate. Tovaglie in lino e pizzi antichi. Agrumi siciliani intrecciati ai fiori.Piccole ceramiche artigianali.Teste di Moro reinterpretate con eleganza contemporanea. Candele. Pietra lavica. Vetri soffiati. Fichi d’India. Olivi.
Niente folklore.
Niente scenografie costruite.
Solo elementi autentici, capaci di raccontare quella terra con rispetto.
È in quel momento che ho capito una cosa. Un matrimonio non dovrebbe limitarsi a svolgersi in un luogo. Dovrebbe appartenere a quel luogo.
Il significato di un Banchetto d’Autore
Da molti anni utilizzo questa espressione: Banchetto d’Autore.
Ma sull’Etna ne ho compreso ancora meglio il significato. Un banchetto non è soltanto una successione di portate. Non è un allestimento. Non è un tableau. Non è una mise en place impeccabile.
È un racconto.
Ogni scelta dovrebbe nascere dalla cultura del luogo che ospita quel momento:
Il vino.
Il cibo.
I materiali.
I profumi.
La luce.
Le persone.
Tutto dovrebbe contribuire a raccontare un’unica storia. Perché è questo che rende un ricevimento davvero memorabile. Non la perfezione bensì l’identità.
Il regalo più grande che mi ha fatto l’Etna
Quando sono tornata a casa ho capito che questo viaggio non mi aveva insegnato soltanto qualcosa sul vino. Mi aveva ricordato perché amo così profondamente il mio lavoro.
Ogni territorio custodisce una cultura.
Ogni cultura possiede una tavola.
Ogni tavola racconta una comunità.
Ed è proprio da lì che nasce un Banchetto d’Autore. Non dal desiderio di stupire, ma dalla volontà di trasformare un ricevimento in un’esperienza capace di lasciare un ricordo.
Perché il banchetto, prima ancora di essere convivialità, è un atto culturale. È memoria, relazione, identità.
Ed è forse questa la lezione più preziosa che mi ha lasciato l’Etna. Una montagna che non insegna soltanto a fare grandi vini. Insegna ad ascoltare la terra. E, attraverso di essa, a raccontare le persone.
Monica Indaco
Sommelier
Ideatrice del format Banchetti d’Autore
Regia enogastronomica per matrimoni identitari

